lunedì, 19 novembre, 2018
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INTERVISTA a GIUSEPPE ISGRÒ - di Domenico Colosi

Giuseppe Isgrò Giuseppe Isgrò

Tra camp, post-punk e dada, la versione del regista della compagnia milanese Phoebe Zeitgeist

Contro il conformismo borghese, mentre "la risacca del disgusto" monta fragorosa tra nuove barbarie. La compagnia milanese Phoebe Zeitgeist prosegue il suo lavoro di ricerca teatrale nel solco di un dada eversivo: lontano dalla corrente, tra le suggestioni di un pantheon che onora in egual misura gli Smiths e Fassbinder, Pasolini, Ballard e il Bowie berlinese. Dopo il successo di Reproduction e in prossimità della prima nazionale di Malagrazia - in scena nel fine settimana al Teatro Clan Off di Messina - il regista Giuseppe Isgrò fa luce sulle prospettive della compagnia in un contesto schiacciato da claustrofobiche convenzioni e sterili intellettualismi.

Phoebe Zeitgeist si nutre sin dagli esordi di un immaginario camp, un'attitudine che guarda con attenzione ai maggiori fermenti teatrali europei. Come viene individuato di volta in volta il vostro campo d'azione?
Camp è per me, e per Phoebe Zeitgeist, una forma di sensibilità. Adoperare il cattivo gusto, il sovrabbondante e l'eccesso melodrammatico in chiave alta e consapevole. Innescare cortocircuiti di senso che si nutrano di un'ironia corrosiva e destabilizzante. Riconoscere il ridicolo nell'umano e scandagliarlo in tutta la sua sanguinolenta tragicità. Il teatro è la forma che, dopo diverse peregrinazioni linguistiche, ho scelto per convogliare stimoli e urgenze che continuano a nutrirsi prevalentemente d'altro, musica, cinema, arte visiva e performativa, letteratura e filosofia. Linguaggi che confluiscono nella forma teatrale. Eppure essenzialmente il teatro di Phoebe Zeitgeist si riconduce sempre alla vita. Vita sublimata e denudata in scena. Passioni, delusioni, perturbamenti, conflitti, viaggi, cibi e corpi, occhi e sessi, droghe e bevande, esperienze politiche che sono esperienze esistenziali, conversazioni che sono infinite riflessioni febbrili e logoranti. Da questo vissuto stabiliamo il nostro campo d'azione che rintraccia autori, testi o relazioni da nutrire, nuove drammaturgie da scrivere, corpi passanti da corrompere, riscrivere, fare esplodere. Il camp non è però necessariamente la nostra tendenza estetica primaria. O, perlomeno, vi sono tante altre correnti di gusto che nutrono il nostro immaginario: dal dada al pornografico, da certo surrealismo all'azionismo, partendo da un impossibile convivio tra Brecht, Artaud, Bataille e Nietzsche.

Reproduction

In principio fu Fassbinder.
Ho scritto una tesi di laurea di oltre trecento pagine su questo autore. Io e Francesca Frigoli, mia compagna d'arte e di vita, abbiamo abitato a Berlino nei primi Anni Zero e girato più volte la Germania, studiandone i linguaggi e gli artisti. Fassbinder è il nume tutelare di questo gruppo da quando eravamo una band post-punk/noise, da prima del teatro, da quando io liceale scoprivo i suoi film e i suoi testi e tornavo più volte al vecchio Teatro dell'Elfo di via Ciro Menotti, a due passi dalla casa dei miei genitori, a vedere gli spettacoli, e poi ad assistere alle prove dei loro Fassbinder. Lo considero l'artista totale, non riconciliato e critico, capace di produrre opere che interpellano indifferentemente l'Alto e il Basso dell'essere umano e dei suoi immaginari, per giungere a una sintesi poetica nuova e inconfondibile. Urgente e lacerante. Cosa chiedere di meglio a un artista? Nel 2011-2012 abbiamo costruito, con il supporto del Goethe Institut Mailand e della Fondazione Mudima, un ciclo di performance urbane, sfociate in una grande installazione filmica. L'opera Phoebe Zeitgeist appare era dedicata alla verifica e all'evocazione del personaggio fassbinderiano che dà il nome al nostro gruppo. Un'androgina aliena che crea esplosioni di senso, non senso e controsenso, tra esseri umani troppo impegnati a farsi violenza privata, sociale e politica.

Reproduction sbeffeggia con sarcasmo i sentimenti piccolo borghesi di larghe fette della società italiana. Lo consideri il vostro lavoro più politico?
Questo spettacolo ci sta portando enorme erotismo/empatia/antipatia. Le nostre fallibili anime si stanno scatenando in una meravigliosa orgia di senso. Più che sbeffeggiare, sculaccia amabilmente, pizzica i culetti. Innalza ogni pulsione umana e politica. Atterra e sbugiarda ogni banalità ipocrita e meschina del comportamento quotidiano codificato, sempre alla ricerca di scusanti e di sconti verso il non saper vivere fuori dal luogo comune. Ogni personaggio che abbiamo creato io e Francesca Marianna Consonni in fase di scrittura - a partire dallo spunto ironico e sfizioso di Patrizia Moschella - è stato amato e valorizzato come pure detestato e ridimensionato. Non so se è il nostro lavoro più politico. Tutti i nostri lavori sono irrimediabilmente politici. Altri nostri lavori sono stati politici in una maniera molto più violenta ed oscena di Reproduction. Forse è il nostro lavoro più autobiograficamente politico; Malagrazia in realtà segue questa stessa linea, sebbene con una ricerca estetica e attoriale molto differente: mettere in scena scorci del proprio quotidiano, deformandone i contorni e rendendo gli attraversamenti e i conflitti, paradigmatici, produttori di senso. Sicuramente questa interrogazione sul riprodursi biologicamente o artisticamente, riguarda i nostri percorsi ma anche i percorsi delle ultime generazioni, dai nati alla fine degli anni Sessanta ai nati alla fine degli anni Ottanta. Eppure non è una pulsione sociologica o antropologica quella che ci ha mosso nel costruire questo spettacolo. Volevamo divertirci e sperimentarci. Volevamo stravolgere i nostri processi creativi. Il percorso è stato liberatorio e rigenerante. Il risultato ci rende fieri. Attendiamo ulteriori conferme.

Malagrazia

Quanto ha nuociuto al teatro italiano la nutrita corrente post-beckettiana?
Beckett è di tutti. Credo che chi si sia approcciato al teatro e alla cultura dagli Anni Cinquanta ad oggi non abbia potuto prescindere dal suo passaggio. Penso che almeno qualche traccia di beckettismo sparso sia in ognuno di noi. Detto questo, io non l'ho mai idolatrato, né ho mai paventato di metterlo in scena. Preferisco leggerlo che vederlo a Teatro, fatta eccezione per qualche messinscena in stato di grazia alla quale mi è capitato di assistere. Eppure qualche pezzo di Beckett è sicuramente finito nel nostro lavoro. In Malagrazia certamente qualche alito della sua poetica lo si può annusare. Ma questo vale anche per l'opera di Franco Scaldati, il faro poetico-drammaturgico di uno spettacolo partito da uno studio sui testi e sul mondo di questo gigante del teatro contemporaneo. Da lui proviene lo stimolo iniziale per la scrittura del nostro testo.

La noia a teatro.
Mi turba arrivare ad ammetterlo, ma purtroppo la noia è il sentimento principale che mi capita di provare quando vado a teatro in Italia, almeno da un paio di anni a questa parte. Questo quando la noia non si sostituisce con l'angoscia e la disperazione nel vedere andare alla deriva un linguaggio artistico che amo. Spesso il teatro che vedo mi sembra grottesco, mediocre, avulso dal contemporaneo e un po' pacchiano, prosaico. Gli stimoli per andare avanti a creare, io e gli altri componenti di questo gruppo li riceviamo altrove. Continuo comunque ad andare moltissimo a teatro, per dovere professionale, per solidarietà con colleghi e amici e perché credo che in fondo la noia e il disappunto siano degli stati d'animo anche utili e significativi, non sempre così terribili e da rifuggire. Amo, e al contempo soffro enormemente per la condizione disperata e disperante in cui versiamo molti di noi artisti teatrali italiani, la trovo molto umana e non riesco a distaccarmene. Forse per me ogni amore è una forma di masochismo, una dipendenza ineluttabile. Da alcuni anni conduco sempre più laboratori di ricerca teatrale, spesso rivolti anche a pazienti psichiatrici o a persone che si rivolgono ai sert per disintossicarsi da varie tossicodipendenze. Questa attività mi mantiene vivo e ancorato al reale. Mi permette di continuare a fare teatro con una spinta politica e filosofica altra. Di annoiarmi meno, portando il teatro anche fuori dall'asfittico ambiente teatrale.

Negli anni vi siete dedicati con successo alle opere di Ballard, Copi, Pasolini, Elsa Morante, Dario Bellezza e Agota Kristof, un viaggio personale sul tema dell'identità individuale in una società massificata.
Spettacoli come Loretta Strong di Copi o il Kamikaze Number Five di Giuseppe Massa, interpretato visceralmente da un magnifico ed empatico Woody Neri, riguardano il tema dell'identità individuale che si contrappone in chiave politica alla banalità del linguaggio più quotidiano e normativo-normalizzante. Sono esplosioni-implosioni dell'attore - persona e performer - in scena, in molti casi bombardato dai live electronics di Giovanni Isgrò, dalle percussioni di Elia Moretti, dalle frequenze disturbate di Stefano De Ponti, dai noise chitarristici di Alessandra Novaga. Questa contrapposizione è spesso scandagliata nella poetica di Phoebe Zeitgeist, con significativa e ricercata attenzione alla figura dell'artista contrapposto al mondo culturale, politico e sociale, o da esso braccato. In questo senso, gli ultimi Baal di Bertolt Brecht, Reproduction e Malagrazia, sono emblematici. Il lavoro di scandagliamento sull'immaginario e sui rapporti di potere e di sottomissione sono le colonne portanti della nostra indagine linguistica e plastica, corporea.

Kamikaze Number Five

A breve andrà in scena a Messina in prima nazionale il vostro nuovo progetto, Malagrazia, teorema della solitudine e dell'isolamento. Solo un caso l'apertura in terra siciliana?
Il debutto messinese di questo lavoro è fortemente scelto e voluto. Chi mi conosce sa del mio attaccamento viscerale alle radici siciliane. Amore e odio. Desiderio di ritorno a un paradiso perduto in opposizione a un bisogno di fuga da un inferno di legami ombelicali, familiari e familisti, ricattatori e violenti. Malagrazia è forse anche la chiusura dei conti con la sicilianità nella storia di Phoebe Zeitgeist che ha come altro polo di fuga la Germania e come base di azione Milano (e negli anni anche la nostra adorata Napoli, dove il rapporto con Alto Fest è sempre vivo e stimolato). Malagrazia evoca la Sicilia, ma non ci sono siciliani nello spettacolo, a parte me che sono comunque un figlio di emigrati, nato a Milano. Sono molto contento di questo lavoro che la settimana prossima inizierà il suo viaggio in scena, risalendo dalla Sicilia per giungere a fine aprile al Teatro Elfo Puccini di Milano. Sono estremamente felice del lavoro di scrittura fatto da Michelangelo Zeno, in stretto dialogo con me e con il lavoro di ricerca in sala. Come sono entusiasta della collaborazione sui suoni e sulle musiche con Stefano De Ponti. Collaborazione che darà vita alla pubblicazione di un disco che seguirà quella del testo, appena pubblicato dalla casa editrice Caracò di Bologna. Infine, sono enormemente grato ai giovani e stupendi attori, Edoardo Barbone e Daniele Fedeli, che in scena incarnano le nostre visioni con rara generosità, bravura e dedizione. Weitermachen! Andare avanti combattendo, tagliando i rami secchi, guardando oltre. Resistenti e indomiti. Questo facciamo e questo faremo.

Domenico Colosi

Malagrazia della compagnia Phoebe Zeitgeist sarà in scena in prima nazionale al Teatro Clan Off di Messina sabato 10 (doppia replica alle ore 18.30 e 21.30) e domenica 11 marzo (ore 18.30).

Ultima modifica il Mercoledì, 07 Marzo 2018 15:57

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