domenica, 23 settembre, 2018
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INTERVISTA a ALESSIO BONI - di Pierluigi Pietricola

Alessio Boni Alessio Boni

È un periodo particolarmente impegnativo per Alessio Boni. In questi giorni si divide tra quattro set: due film (Tutte le mie notti di Manfredi Lucibello e Non sono un assassino di Andrea Zaccariello) e due serie televisive (La compagnia del cigno di Ivan Cotroneo e Il nome della rosa di Giacomo Battiato). A estate inoltrata, poi, vestirà di nuovo i panni di Fausto Morra, protagonista de La strada di casa, fortunata fiction firmata Riccardo Donna. Lo incontriamo nel mezzo di questo turbinio in un elegante ristorante del centro di Roma. Davanti a un piatto di pasta, tra un ricordo dei suoi anni di formazione all'Accademia d'Arte Drammatica Silvio d'Amico e il racconto di un episodio divertente accaduto sul set de La meglio gioventù che l'ha lanciato, l'attore 51enne confessa a noi, prima di tutti, quale sarà la sua prossima sfida teatrale: il Don Chisciotte.

Il capolavoro di Miguel De Cervantes: bellissimo!
Bellissimo ma complicatissimo.

A che punto sei del lavoro?
Abbiamo isolato le parti della storia che rappresenteremo. Di più non posso anticipare.

Abbiamo?
Sì, io e il mio gruppo cureremo drammaturgia e regia, come abbiamo già fatto due anni fa per la trasposizione teatrale de I Duellanti di Joseph Conrad. Accanto a me: Roberto Aldorasi, Marcello Prayer e il drammaturgo Francesco Niccolini. A produrci è il Nuovo Teatro di Marco Balsamo.

A quando il debutto?
Gennaio 2019.

Cominciate già ora?
Per forza: parliamo di 1400 pagine del 1600 da raccontare in due ore su assi che rimbalzano tutto ciò che sa di falso, retorico o anacronistico.

Vale a dire?
Anche una frase scritta magnificamente da un grande autore, recitata sul palcoscenico può risultare stonata. La ricerca dell'armonia tra testo e contesto storico attuale - con il suo linguaggio, la sua soglia di attenzione, i suoi ritmi, il suo immaginario - è la difficoltà principale di ogni progetto teatrale.

Per esempio?
Prendiamo una scena conosciutissima: il momento di Miseria e nobiltà in cui Totò si infila la pastasciutta in tasca. O riesci a creare l'atmosfera giusta e a far fare al pubblico un balzo nell'Italia del dopoguerra; oppure, nel 2018, quell'ironia non verrebbe capita.

Perché?
Perché non si sa cos'è la fame. Oggi in Italia al massimo abbiamo appetito. Ma, tranne casi estremi, fame proprio no.

A livello attoriale, quante differenze tra teatro, cinema e televisione?
Te la faccio semplice: per cinema e tv sei davanti a un mezzo meccanico, la macchina da presa. A teatro, hai davanti l'elemento umano. Tu condividi tutto con gli spettatori. Incameri la loro energia, la fai tua e la ritrasmetti. È una sorta di terapia di gruppo e un buon metodo per analizzare il presente che viviamo.

Tu che cosa hai capito del momento storico attuale?
Che la parola d'ordine è ritmo. L'oggi è rapido, istantaneo, immediato. Quasi effimero. Mettere in scena uno spettacolo che dura più di due ore è un rischio, perché la soglia di attenzione si è abbassata parecchio.

E i lunghi spettacoli di Luca Ronconi, di Peter Stein, di Eimuntas Nekrošius?
Eccezioni che confermano la regola. Ma, ti assicuro, rarissime.

Tu come fai, ogni volta, a calarti nel personaggio che interpreti?
Le battute scritte sul copione non mi bastano. Ho bisogno di entrare in quel mondo, di viverci e comprenderlo. Per farlo, mi documento il più possibile. Per "diventare" il principe Bolkonskij di Guerra e pace, ho letto praticamente tutto Tolstoj e un'infinità di saggi critici su di lui. Stessa cosa per Caravaggio o Puccini. Adesso, per Don Chisciotte sto leggendo Cervantes, anche in spagnolo. Però, al di là dello studio, c'è un'altra cosa essenziale.

Sarebbe?
L'umiltà.

Spiega.
Chi sono io al confronto di Amleto, Otello, Don Chisciotte? Posso tentare di avvicinarmi il più possibile alla loro grandezza, ma rimarrò sempre un passo indietro. Ecco perché si dice che il mestiere dell'attore nasce da un fallimento: falliamo nel paragonarci a personaggi grandiosi ideati da menti geniali.

Un privilegio, invece, della tua professione?
Fare ciò che dici. E dire ciò che pensi. Senza riserve.

Questo non dovrebbe essere prerogativa esclusiva degli attori!
Concordo. Ma trovami qualcuno, oggi, che fa ciò che dice e dice ciò che pensa.

Effettivamente non è facile.
In questi mesi di campagna elettorale, poi, siamo circondati dal rumore: tutti parlano, promettono e, per noi cittadini, è persino difficile ricordare chi ha detto cosa. I discorsi di Berlinguer, invece, li ricordiamo ancora perché lui aderiva al suo ideale con mente e cuore. Ecco, diciamo che il privilegio del teatro è quello di restituirci questa dimensione perduta del linguaggio.

Il personaggio più difficile che hai interpretato?
Walter Chiari. Mi sfuggiva come un'anguilla. Era amabile e odioso, egoista e altruista, energico e debole. Ogni volta che rientravo a casa dopo una giornata di riprese, dicevo fra me e me: "Quanto mai ho firmato questo contratto!". Avevo il terrore di non afferrarlo mai.

Un personaggio che si è rivelato più complesso del previsto?
Qualche anno fa ho girato Tutti pazzi per amore 2, una serie scritta da Ivan Cotroneo e diretta da Riccardo Milani. Io ero Adriano, un ornitologo un po' nerd. Pensavo che sarebbe stato relativamente semplice, ma mi sono subito ricreduto: il tempo comico non ammette errori. È una misura matematica precisa al millimetro, non puoi sforare.

Hai preferenze tra commedia e dramma?
In generale il dramma mi appartiene di più. Per quanto riguarda la commedia, mi piace molto quella di situazione più che di battuta. Esempio: Quattro matrimoni e un funerale per me è geniale. Peccato che, in Italia, film del genere siano merce rarissima.

Perché non provi tu a fare una commedia di situazione?
Ci vuole un talento specifico per scrivere una sceneggiatura di questo tipo. E, devo ammettere, non credo di averlo.

Tentar non nuoce.
Dovrei fermarmi almeno un anno. Adesso non è il momento.

Per che cosa, invece, accetteresti di fermarti?
Per il mio primo film da regista. Non sarebbe una commedia, ma un dramma, con sfumature di noir.

Faresti anche il protagonista?
Possibilmente no.

Stai pensando a un cambio di carriera?
Non a un cambio, magari a una diversificazione. Recitare mi piace troppo, è parte della mia passione. Non so se potrei farne a meno. Ogni volta che studio per un personaggio è come se mi preparassi per un esame universitario.

Come "professori", agli esordi, hai avuto due grandi: Giorgio Strehler e Luca Ronconi. Che ricordo hai?
Strehler ti ascoltava: quando carpiva anche una minima frase che suonava giusta, ti fermava. Te la faceva riconoscere. Saliva sul palco con te e, a un metro di distanza, si costruiva insieme il personaggio. Tornavo a casa esaltato e camminavo dieci centimetri sopra terra: non vedevo l'ora di ributtarmi nello studio. Ronconi era l'opposto. Tu provavi e non ti interrompeva. Una volta finito, dava la sua sentenza, tipo: "La partenza mi pare inadeguata. La fisicità è inetta. L'intenzione completamente assente. La psicologia inesistente". Tornavo a casa e volevo suicidarmi.

Avevi paura di lui?
Paura no, perché comunque Ronconi è un grande, e dei grandi non bisogna mai aver paura: con loro si cresce.

Vale anche per i colleghi attori? Nello spettacolo di Strehler, se non sbaglio, affiancavi Paolo Villaggio. Non eri in soggezione?
Al contrario. Ho un bellissimo ricordo di Paolo. Facevamo L'Avaro di Molière. Io ero Cleante. Lui, un perfetto Arpagone: aveva quell'equilibrio tra parsimonia e ironia nei confronti del denaro tipico dei genovesi. E poi si dedicava anima e corpo al progetto. Ma soprattutto, in teatro era umile: "Non ce la farò mai", diceva. E invece fu un grande successo.

Strehler come si comportava con lui?
Lo trattava come tutti gli altri. E Paolo ne aveva soggezione.

La tua carriera è esplosa con quello spettacolo?
In realtà, immediatamente dopo, ha subito una battuta d'arresto. Ho trascorso mesi e mesi in cui nessuno mi chiamava. Non è stato un bel periodo. Poi Carlo Lizzani mi ha voluto per La donna del treno, un giallo in due puntate per la Rai. Ho fatto quattro provini e ha combattuto per avermi. Non lo dimenticherò mai. Da lì, è partito tutto.

Era il 1998. 20 anni dopo, come definiresti l'uomo che sei diventato?
Uno che vuole sempre imparare. Da tutti. Senza mai dare niente per scontato.

Pierluigi Pietricola

Ultima modifica il Mercoledì, 07 Marzo 2018 08:40

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