lunedì, 20 agosto, 2018
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NEWS DA PESARO E MARTINA FRANCA - BELCANTO FOREVER di Piero Mioli

Orchestra La Scintilla. Foto Artan HUERSEVER Orchestra La Scintilla. Foto Artan HUERSEVER

NEWS DA PESARO E MARTINA FRANCA
BELCANTO FOREVER
di Piero Mioli

Tra Pesaro che in Rossini deve sempre omaggiare il genius loci e Martina Franca che da omaggiare ha un nome non proprio ma comune come quello del belcanto, cioè dal Rossini Opera Festival al Festival della Valle d'Itria l'estate 2018 è brillantemente ristretta a un centinaio d'anni, a quel secolo, più o meno, che dura dai primi decenni del Sette ai primi decenni dell'Ottocento (e sempre nel segno dell'italianità).
C'è il vecchio capolavoro, a Pesaro, e c'è il plausibile capolavoro nuovo: a tambureggiare sulla magnificenza della musica e della comicità di Rossini provvedono l'eterno Barbiere di Siviglia che risale al 1816, che è ancora sguinzagliato su tutti i palcoscenici del mondo, e il giovane Viaggio a Reims che, rappresentato solo nove anni dopo, è notoriamente rimasto sepolto nella polvere fino al 1984: la storia di Figaro (Adriatica Arena, 13 agosto) sarà riallestita dal decano Pier Luigi Pizzi, protagonista di classe ed esperienza Pietro Spagnoli; quella di Corinna e qualcosa come altri tredici personaggi (Teatro Rossini, 15 agosto) rimane invece appannaggio dell'Accademia Rossiniana, regia quella arcinota di Emilio Sagi. Attorno ai capolavori un dramma lungo, un'operina semiseria, una messa in musica: il primo è Ricciardo e Zoraide (Adriatic, 11 agosto), partitura fra le meno conosciute, incentrata allora sul tenore Giovanni David e oggi su Juan Diego Flórez, il principe del tenorismo rossiniano; la seconda è Adina (Teatro Rossini, 12 agosto), lavoro composto nel 1818, rappresentato soltanto nel 1826, poco rappresentato anch'esso; la terza non è la messa di Ravenna, né quella di Rimini, né quella di Bologna, ma l'ultima, la Petite Messe solennelle (Teatro Rossini, 23 agosto) del 1863. No, del 1868: Rossini la compose nel '63 per soli, coro, due pianoforti e armonio; e nel '68 la ricompose con orchestra, di questa versione vietando l'esecuzione lui vivente. La si eseguì poco dopo la scomparsa, nel 1869, ma è spesso sembrata un ripiego: forse il ripiego era la prima versione, invece, e certo l'occhio del ROF pervenuto al 39º anno di vita preferisce guardarla e mostrarla in seconda versione.
Martina Franca, che nel tempo ha saputo spaziare dal divino Claudio Monteverdi a un contemporaneo come Marco Taralli, puntando anche verso Meyerbeer e Strauss, questa 44ª stagione la dedica a Vaccai, Scarlatti e Händel: Giulietta e Romeo sale al Palazzo Ducale il 13 luglio, Il trionfo dell'onore passa alla Masseria Palesi il 22, Rinaldo torna a Palazzo il 29. Sono opere tutte abbastanza frequentemente citate come titoli ma in fondo poco o niente rappresentate (con l'eccezione della seconda). La prima intonazione che Nicola Vaccai diede del libretto di Felice Romani (tratto, sebbene alla lontana, da Shakespeare) è napoletana e risale al 1818: era l'anno, al S. Carlo, del Mosè in Egitto di Rossini, e il ventottenne Vaccai, maggiore di un anno di Gioachino, applicò al bel libretto tutto il suo lirismo, tutta la sua musicalità marchigiana (come dimenticare, un secolo prima ancora, il divino Pergolesi?) nutrita di studi romani e napoletani (una seconda versione data al 1825). Rappresentato a Napoli nel 1718, Il trionfo dell'onore di Alessandro Scarlatti è opera curiosa: non tragedia né commedia, è dramma borghese, una sorta di via di mezzo, la retroguardia di una drammaturgia secentesca (e spagnolesca, visto il titolo) non ancora disciolta nella serietà della mitologia pura o nella quotidianità della buffoneria. Rinaldo, da parte sua, è opera vieppiù italiana del viaggiatore tedesco: Händel la rappresentò a Londra nel 1711, appena arrivato da Venezia, e vi affrontò un bel rivolo di quella fiumana poetica che era La Gerusalemme liberata facendo tripudiare il belcanto tra il melodismo del soprano ("Lascia ch'io pianga") e la coloratura del contralto ("Già la tromba in suon festante"). Su tre opere, due risalgono a due e trecento anni fa: perché anche così si programma una stagione.

Ultima modifica il Lunedì, 28 Maggio 2018 07:13

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